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in foto: Lo storico CBGB di New York

Vi sarà senz’altro capitato di vedere – soprattutto in Rete, molto (ma molto) meno sui giornali – le notizie di concerti esteri, se non addirittura di tour, di band italiane di area “rock e dintorni”. Comprensibile, almeno sulla carta, che su determinati eventi si provi a calcare la mano: per un Paese che in tale ambito è stato (e per parecchi versi tuttora rimane) dannatamente provinciale, qualche consenso oltre i patri confini rappresenta il riscatto, un’occasione preziosa per autoconvincersi che le forze del bene possono talvolta sovvertire le regole – peraltro non scritte – del chi può emergere a livello globale e chi no. Favoriti dal fatto che il mondo si è rimpicciolito grazie a Internet e ai voli low cost, sempre più figli del Belpaese partono lancia in resta alla conquista dell’Europa e/o degli Stati Uniti, tornandone con racconti quasi epici che webzine compiacenti cercano di amplificare. Vera gloria? I fatti, con rare eccezioni, dicono di no: marciare compatti al grido “no more cappa di sfiga” non basta, ed esibirsi a Parigi, Londra, New York o Berlino davanti a una platea di duecento persone composta in massima parte da nostri connazionali e, per il resto, da autoctoni capitata lì per caso, non è esattamente una vittoria. Sia chiaro che, se ne capita l’opportunità, sono esperienze da non lasciarsi sfuggire, per cogliere piccoli segnali di come si stia fuori dalla gabbia angusta (e nemmeno tanto dorata) nella quale si è costretti a camminare su e giù, avanti e indietro. Però, insomma, non è che si vada a suonare alla Royal Albert Hall o al Madison Square Garden, applauditi da folle in tripudio di inglesi e americani.

Va da sé che quanto appena scritto non riguarda il pop e la dance, dove i mattatori certo non ci mancano: Laura Pausini, Eros Ramazzotti o Andrea Bocelli sono star internazionali, così come lo sono o lo sono stati il maestro Giorgio Moroder, la “meteora” (luminosissima, però) Eiffel 65 e Simone Cogo in arte Bloody Beetroots. Relativamente al rock e alla canzone d’autore, i risultati sono invece più o meno risibili, tanto storicamente quanto al giorno d’oggi; non come il nostro rap, che costituisce un fenomeno rilevante solo qui, ma abbastanza da rendere ingiustificabile ogni eventuale trionfalismo. Non che negli annales non figurino successi autentici, benché spesso transitori: negli anni ‘70, è risaputo, la Premiata Forneria Marconi visse alcune stagioni di notevoli fortune negli USA, ben più di quelle ottenute da compagni di cordata del progressive, come Le Orme e Banco del Mutuo Soccorso, che pure accennarono concreti tentativi di esportazione; negli ‘80 e oltre, la Gianna Nannini più rock ha acquisito discreta popolarità europea, specie in Germania; in tempi più recenti, i Lacuna Coil hanno sventolato il tricolore addirittura nelle zone alte delle classifiche di “Billboard”. Però, parlando di grandi numeri, c’è poco di cui andar fieri, diversamente dal contesto underground; sempre riferendosi al passato, sono da citare come minimo le affermazioni della scuola hardcore punk (soprattutto Raw Power, Negazione e Indigesti) e di una band evolutasi dalla new wave come i Pankow, senza dimenticare i riscontri di gruppi garage/psichedelici quali Sick Rose e Not Moving. Poi, pescando qua e là senza pretese di completezza, il noise degli Uzeda, il post-rock dei Giardini di Mirò, la psichedelia dei Jennifer Gentle, la sperimentazione dei My Cat Is An Alien (che finirono sulla copertina della rivista britannica “The Wire”), il nu-metal dei Linea 77, il jazzcore degli Zu, le colonne sonore reali o immaginarie dei Calibro 35, la new-new wave di Soviet Soviet, Be Forest e His Electro Blue Voice, lo psycho-stoner-doom degli Ufomammut, il roots rivisitato dei Sacri Cuori: artisti, tutti questi ultimi, che lavorano con etichette straniere e che un po’ dovunque godono di stima, rispetto e attenzioni di più o meno ampia nicchia, ma che nella terra dove sono nati riescono di rado, se non mai, a uscire dal giro dei club alternativi, delle riviste specializzate, del culto semi-carbonaro.

Sembrerà, me ne rendo conto, un discorso disfattista, ma non si può nascondere la testa sotto la sabbia: il nostro rock, su scala mondiale, conta quasi nulla, e vantarsi di concerti tenuti in localini sconosciuti, nelle associazioni italiane e ai festival (su palchi minori, e grazie a concorsi e quote per le minoranze) non provoca entusiasmi ma malinconie; meno, peraltro, di quanto facciano i comunicati-stampa incentrati sulle presunte apoteosi estere delle nostre tre o quattro rockstar da classifica, che partono per togliersi uno sfizio, gettare fumo negli occhi dei media generici e, al limite, far contenti coloro che da qui hanno pensato bene di fuggire. Ci sono però, e ne siamo ovviamente lieti, esempi virtuosi: di cantautori di gran classe quali Pippo Pollina e Gianmaria Testa, che nell’Europa Continentale sono gratificati di una considerazione superiore a quella riservatagli sotto le Alpi; di un artista a 360° come Teho Teardo, forte di due decenni abbondanti di prestigiose collaborazioni intrecciate con i colleghi stranieri più disparati (è atteso, fra l’altro, il suo secondo album in coppia con Blixa Bergeld); degli Afterhours, che hanno ottenuto meno di quanto speravano ma che possono dire di averci provato sul serio, raccogliendo comunque un lusinghiero carnet di soddisfazioni impagabili; dei musicisti che mettono il loro talento a disposizione di gruppi e solisti inglesi e americani, dai quali sono tenuti giustamente in palma di mano. Se agli isolati exploit facesse seguito una maggiore continuità, e magari l’ascesa di un paio eccellenze in grado di fungere da traino ad altri, potremmo quasi dire di aver risolto. Peccato solo che fra il dire e il fare c’è di mezzo “e il”, come cantano Elio e le Storie Tese