Spesso noi ci limitiamo a sostenere battaglie personali sulle nostre produzioni, battaglie difficili perchè minano l'esistenza personale della propria arte, ma stavolta si insidia una problematica ben più seria, che coinvolge un' intera categoria; una problematica silenziosa e vigliacca perchè si presenta senza nessun avvertimento e con funzione retroattiva, ma vi spiego meglio sotto.
Nessuno ne parla, nessuno conosce le leggi e l'operato del governo in
materia di editoria, ma tutta la nostra categoria è sotto assedio!
La legge sull'editoria ci riguarda direttamente e riguarda tutti i
lavoratori della nostra categoria che è appesa ad un unico sbocco, la
visibilità degli artisti. Per questo tutta la filiera riesce ad avere
un moto continuo di lavoro: dai fonici agli studi di registrazione, dai
produttori ed editori alle etichette discografiche, dagli autori agli
artisti, dagli uffici di promozione radio tv agli uffici stampa, dai
tecnici del suono ai backliner, dai festival ai singoli concerti,
perchè?
Perchè tutta la filiera del lavoro esiste e funziona se il sistema di
informazione e promozione rende visibile lo stato dell'arte. Ma
immaginate se da oggi : tutte le radio libere siano chiuse per mancanza
di fondi, tutti i canali privati o indipendenti siano chiusi per
mancanza di fondi, tutti i giornali specializzati e non siano chiusi
per mancanza di fondi... come dimostreremo di esistere?? come
riusciremo a far emergere la nostra musica? la nostra arte? Se
rimarranno aperti solo i 4/5 grandi network come radio deejay, rtl o
mtv che con 45/60 canzoni fanno un palinsesto mensile di cui italiane
solo 4/5?
Non ci saranno più spazi per rendere visibile la propria arte, mettersi in mostra. La conseguenza sarà che tutta la
categoria
del lavoro morirà lentamente per anonimato. Solo internet rimarrà vivo
e le singole iniziative atte allo scarico gratuito e ad un'
informazione di microcellule che, come ormai dimostrato, non smuovono
nessun mercato.
E i festival? Idem non avranno una promozione adeguata e l'utenza
non sarà semplicemente informata; per non parlare dei tagli che le
amministrazioni dovranno fare sulla cultura: nel 2009 festival
importanti hanno chiuso i battenti per mancanza di fondi da parte della
provincia o dei comuni, fondi che per scelta precisa questo governo
taglia ancora di più appunto proprio sulla cultura nel budget 2010.
L'unica possibilità è quella di unirsi tutti: artisti, produttori,
discografici indipendenti, organizzatori di eventi, arrangiatori,
fonici, montatori, studi di registrazione, service audio luci, uffici
stampa e fare una manifestazione insieme per salvare il lavoro di
migliaia di persone che operano nelle varie categorie dello spettacolo.
Il 25 di marzo a Roma si terrà una manifestazione dei conduttori,
parteciperanno tra gli altri Santoro, Vespa, Floris e molti altri...
Questo ci darà l' opportunità di renderci per la prima volta davvero
visibili e catturare l'attenzione dei grandi media su una professione
che non ha nessuna tutela e spesso nessuna organizzazione di categoria.
Potremo farci sentire con le nostre armi, organizzando una grande
concerto che affianchi la protesta dei conduttori tv ed amplificare
così il messaggio, ma sarebbe sufficiente unirsi per manifestare la
nostra opinione.
I giornali stanno facendo la loro battaglia tramite le pagine dei
propri giornali, le televisioni tramite spot sui propri canali, le
uniche categorie che rischiano di non farsi sentire sono quelle della
musica e dello spettacolo.
Vi chiamerò personalmente per sapere la vostra opinione e per
informarvi meglio su cosa significa " la legge sull'editoria" tagliata
da Tremonti. Non è questione di appartenenza politica, ma di difesa dei
propri diritti, del
proprio mestiere e della propria arte.
Sotto alcune spiegazioni tratte dal blog di Francesco Cundari, Direttore di Red Tv e da lucianoconsoli.ilcannocchiale.it
premessa
Intanto, i link di base per documentarsi sono questi:
http://nuovo.camera.it/465?tema=77&area=22&Interventi+per+l%27editoria
http://quadernino.wordpress.com/2010/03/03/quando-tremonti-fa-il-mercatista http://lucianoconsoli.ilcannocchiale.it/2010/02/24/il_milleproroghe_e_leditoria.htm
http://lucianoconsoli.ilcannocchiale.it/2010/02/20/una_storia_italiana_1_parte.html
http://lucianoconsoli.ilcannocchiale.it/2010/02/21/una_storia_italiana_2a_parte.html
http://lucianoconsoli.ilcannocchiale.it/2010/02/21/una_storia_italiana_3a_parte.html
http://lucianoconsoli.ilcannocchiale.it/2010/02/22/una_storia_italiana_4a_parte.html
http://www.governo.it/DIE/dossier/contributi_editoria_index.html
http://www.governo.it/DIE/fonti_normative.html
In Italia giornali, radio e televisioni ricevono contributi, diretti e
indiretti, a tutela del pluralismo. Lo stato riconosce cioè che la
tutela di quel bene costituzionalmente garantito che è il pluralismo
non può essere affidato semplicemente al mercato (considerazione tanto
più condivisibile se guardiamo alla realtà effettiva del mercato della
comunicazione e della pubblicità, dove un "mercato" non c'è, perché c'è
un sostanziale monopolio). Lo stato finanzia dunque in molteplici e
diverse forme il settore, principalmente attraverso il fondo dei
contributi all'editoria presso la presidenza del Consiglio (vedi link
sopra). I soggetti che accedono al fondo sanno (sapevano fino a ieri)
che riceveranno un contributo in percentuale sui costi sostenuti. Di
qui la controversia sulla natura di "diritto soggettivo" di tale
cognizione, se cioè i soggetti in questione fossero pertanto
autorizzati a calcolare quei contributi preventivamente, a scontarli in
banca ecc. - noi ovviamente sosteniamo di sì, e la prassi è dalla
nostra.
Cosa è successo
L'intero settore della comunicazione è largamente assistito dallo
stato. AI fondi per l'editoria accedono giornali, radio, televisioni
private locali, televisioni satellitari. Dal fondo per l'editoria
vengono i contributi indiretti, quelli che vanno a tutti i principali
giornali e settimanali del paese: contributi sulle spese postali (per
gli abbonamenti) e sulle utenze. Dallo stesso fondo vengono inoltre i
soldi per le convenzioni, come quella con la Rai o con radio radicale.
Tutti questi contributi sono a tutt'oggi considerati "spese d'obbligo".
Il che vuol dire che solo una volta pagate le "spese d'obbligo" si
passa agli altri, si vede quel che è rimasto, e questo resto è quello
che va ai destinatari dei contributi diretti. Se il resto è zero, zero.
Altrimenti, si va a riparto proporzionale. Queste sono le nuove regole,
dopo il blitz effettuato dal governo in finanziaria a dicembre, su cui
l'emendamento al milleproroghe recentemente approvato ha messo "una
toppa", ma solo per alcuni. L'aspetto più clamoroso di quel blitz stava
nel fatto che a dicembre del 2009 si cambiavano le regole anche per lo
stesso 2009, dunque chi aveva in pratica già chiuso i bilanci contando
sui contributi doveva ora iscriverci una perdita di pari ammontare.
Questo clamoroso colpo di mano è stato corretto dal milleproroghe, ma
solo per alcuni. Cinque giornali di italiani all'estero, circa 700
radio e tv private locali, numerosi periodici dei consumatori, alcune
agenzie hanno invece perduto il contributo anche per il 2009.
Per gli altri, il problema si pone a partire dal 2010, cioè da ora. E'
scritto a chiare lettere nell'emendamento al milleproroghe approvato:
la Presidenza del Consiglio dovrà avvalersi solo della sua "autonomia
contabile e di bilancio", se necessario ripartendo le disponibilità tra
le spese "rimodulabili", ovvero i contributi diretti, che perdendo il
diritto soggettivo non saranno più spese d'obbligo.
La maggior parte delle aziende a contributo potranno dunque chiudere i
bilanci del 2009, ma per il 2010 sono ancora senza diritto soggettivo e
soprattutto senza fondi presso la Presidenza del Consiglio e senza la
possibilità per questa di rifinanziarsi (una delle modifiche inserite
alla legge con il colpo di mano di dicembre dice proprio questo: quel
che c'è nel pertinente capitolo di spesa quello è, non è più possibile
prendere risorse da altri capitoli, e se quel che c'è non basta,
pazienza, si divide quel che c'è - sempre, naturalmente, una volta
pagate le "spese d'obbligo"). Sono già 67 le imprese che hanno chiesto
la cassa integrazione, oltre noi anche Rinascita, Liberazione,
l'agenzia Dire, Il gazzettino di Vicenza, Domus, La cronaca di Mantova
e tanti altri.
L'intransigenza di Tremonti ha costretto a dei tagli verticali, a
togliere intere categorie per salvare il 2009 ad alcune altre. Questa
non è la moralizzazione che tutti avevamo richiesto ma una guerra tra
poveri. Morte tua, vita mia. Ma noi non ci stiamo. In queste settimane
non abbiamo sentito al nostro fianco gli esclusi di oggi ma noi saremo
al loro fianco adesso. Dobbiamo restare uniti per salvare i giusti e
penalizzare i furbi. E fare una vera riforma.