Il Paese è reale: che la festa cominci!
ll dibattito moderato da Luca Valtorta, direttore di XL. Da
Ammaniti a Mondo Pop, esperienze di artisti e operatori del settore
culturale per capire che per fare cultura non servono raccomandazioni.


Chi ha potuto assistere all'incontro organizzato da XL al Meeting delle
Etichette Indipendenti di Faenza, sabato 28 novembre, probabilmente è
rimasto sorpreso: nessuno si è lamentato della disastrosa situazione
italiana; non ci sono state polemiche, né scambio di reciproche accuse.
Nulla di quello che si è ormai abituati a vedere in tv e non solo.
Il direttore della rivista, Luca Valtorta, ha invece dato voce a
interventi mirati di professionisti che lavorano da tempo e con
successo in vari campi e che hanno raccontato la propria professione,
così da dare al pubblico un quadro esaustivo di chi in Italia la
cultura non la predica, la fa.
A partire ovviamente dallo scrittore Niccolò Ammaniti, autore del
recente libro Che la festa cominci, ritratto di un'Italia desolante
dove la classe dirigente, chiusa in un narcisismo e in un cinismo
sconfinati, ha da tempo abdicato al suo ruolo per dedicarsi a una
"festa mobile" più in stile Caligola che Hemingway.
«No, non credo ci sia una grande speranza per l'Italia», ha esordito,
Ammaniti. «Dobbiamo stringere i denti, secondo me, per almeno altri 10,
15 anni», dice, con la stessa corrosiva ironia che usa nei suoi
romanzi. «Tutto deve partire dai singoli. Io sono un privilegiato
perché lavoro da solo. Uno scrittore è fortunato perché può portare il
suo libro a una casa editrice che gli farà dell'editing, ma più o meno,
potrà dire quello che pensa. Avverto però, in questo momento, una
grande mancanza di concentrazione soprattutto nei giovanissimi,
un'incapacità di impegnarsi su ciò che davvero piace, a focalizzarsi
sulle proprie passioni. Tutti noi siamo colpiti e assaliti da una tale
marea di informazioni che non ci servono, di segmenti culturali così
piccoli che non formano un quadro complessivo nel quale possiamo
inserirci e crescere, per cui il rischio per le nuove generazioni, è la
dispersione. Bisogna imparare a filtrare ciò che realmente è importante
per noi. Chi ama la cultura dovrebbe imparare a costruirsi una membrana
protettiva capace di fare da filtro con l'esterno. Oggi se ascolti una
canzone che ti viene bombardata per 80 volte di seguito, alla fine te
la fai piacere. Quand'ero piccolo funzionava tutto diversamente: mi
dicevano di "sollevare le antenne" per captare quello che c'era in
giro, altrimenti il treno sarebbe passato senza che io me ne potessi
accorgere. Ora quello stesso treno t'investe e, semmai, ti tocca
spostarti per non farti assalire. Ecco, dovremmo forse tornare a quella
dimensione».
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