Giusto la scorsa settimana, FIMI ha annunciato dati molto positivi per la discografia italiana per i primi 6 mesi del 2015, e la prima cosa che chiediamo a Sangiorgi è se anche dal punto di vista degli indipendenti le cose cominciano a girare per il verso giusto.

“di fronte a dati che danno in crescita il fatturato, non vediamo però in crescita i ricavi non solo degli artisti, ma di tutti coloro che lavorano con gli artisti”

G. Sangiorgi: “Diciamo che il cambiamento del mercato musicale, che non si misura più solo in termini di fatturato ma anche di soddisfazione di tutta la filiera creativa, e quindi di come poi tutto questo fatturato viene suddiviso, ha mutato un po’ la percezione di questi dati. Se sicuramente questi numeri sono molto interessanti per il settore, bisognerebbe affiancarli a quello che riceve l’intera filiera creativa dei contenuti, indicare quanto arriva di quel fatturato agli artisti, quanto viene investito sui giovani e sul futuro della musica del nostro paese e come vengono impiegate le risorse. Questo vale per tutto il sistema, dalle società di diritti, alle associazioni, dalle grandi imprese discografiche alle più piccole: non devono più esserci sacche parassitarie che vivono di rendita e super pagate rispetto al reale servizio che svolgono a danno proprio della stessa filiera creativa. Come è noto poi, soprattutto sul digitale e in particolare lo streaming, c’è in atto una forte battaglia degli artisti per ottenere dalle piattaforme major della distribuzione online, ormai monopoliste, nel senso che si contano sulle dita di una mano, un compenso maggiore direttamente dai click e sui diritti connessi. Sono due battaglie in corso, tra l’altro, fatte anche da grandi artisti, che insomma.. di fronte a dati che danno in crescita il fatturato, non vediamo però in crescita i ricavi non solo degli artisti, ma di tutti coloro che lavorano con gli artisti. Quindi dei testi, delle musiche…”

DDay.it: stando a quanto ci hanno risposto i presidenti delle major non si starebbero lamentando poi così in tanti. Qual è la percezione del mondo “indipendente” su questo tema?

G.S.: “In termini di quote di mercato è indubbio che gli Indipendenti complessivamente sul digitale hanno quote maggiori, si parla di quote del 35%, sul fisico siamo intorno al 20 – 25%. Il problema è che al di là di queste quote, il cambiamento del mercato fa sì che poi l’intera filiera dei contenuti sia schiacciata con percentuali irrisorie rispetto ai fatturati miliardari di piattaforme come YouTube, iTunes, Spotify, Deezer eccetera, si tratta di un problema chiaramente globale”.

DDay.it: però Spotify, ad esempio, sostiene che il 70% di quello che incassa lo riversa alle case discografiche…

G.S.: “Spotify in realtà è quella che tratta meglio gli artisti, infatti non è quasi mai chiamata in causa nelle vicende che gli artisti aprono con queste piattaforme. L’anno scorso c’è stata una grossa battaglia delle etichette indipendenti contro YouTube per un accordo molto sfavorevole che intimava la cancellazione, contro cui ci siamo battuti anche noi, così come più recentemente contro Apple per il discorso dei tre mesi gratuiti che non sarebbero stati retribuiti alle indipendenti, annullando il lavoro di anni su un catalogo importantissimo senza essere renumerati. Diciamo che questo è il tema centrale per chi lavora sul made in italy, sia esso nelle major o nelle tradizionali indipendenti.

“Il CD diventerà sempre più come un biglietto da visita”

Credo sia necessario per tutti fare un salto di qualità, avere una maggiore maturità, fare un fronte comune per la tutela del made in italy e per la filiera dei contenuti musicali italiani, invece di andare magari in ordine sparso e cercare di ottenere singolarmente più attenzione. Ciò non è possibile, soprattutto visto che tanto poi la crescita è nel digitale, più che in quella delle nicchie come il vinile o anche del CD, che diventerà sempre più come un biglietto da visita; è solo con un fronte comune del made in Italy, con la filiera costituita da tutte le associazioni, gli operatori, ma anche le società di collecting, che si potrà affrontare queste piattaforme multinazionali e chiedere di più per il nostro lavoro”.

DDay.it: In questo senso, le major già lavorano a livello multinazionale quando si tratta di distribuire i contenuti sulle nuove piattaforme digitali, con contratti che poi valgono anche a livello locale. Per quanto riguarda etichette e produttori indipendenti o comunque le realtà più piccole qual è attualmente l’approccio?

G.S.: “Ci sono degli aggregatori, a cui i nostri si associano, e che sono diversi, sia nazionali che internazionali. Tra gli italiani possiamo citare “made in etaly”, “pirames”, “ossigeno”, e che si occupano di distribuire i cataloghi sulle varie piattaforme. Diciamo che anche qui una sfida sarebbe stata, e lo abbiamo sempre proposto e a nostro avviso sarebbe una delle piattaforme online più visitate al mondo, quella di creare una piattaforma online della musica italiana. Non dimentichiamo che per tradizione la nostra musica è nota in tutto il mondo. Noi proponevamo di attuare un circuito virtuoso pubblico privato, per realizzareuna piattaforma chiamata “Volare”, con tutti i brani digitalizzati della discografia di Stato, che gli ha digitalizzati fino agli anni 70, quindi con i grandi successi internazionali, e con una gestione privata inserire in questa piattaforma tutte le novità del mondo musicale italiano. Un lavoro del genere avrebbe portato questa piattaforma a essere una delle più visitate al mondo, visto che le nostre canzoni storiche vengono ricercate da ogni angolo del pianeta, sia per la forte emigrazione che abbiamo avuto, che per la forte passione che all’estero hanno per la nostra musica tradizionale, e magari verrebbero scoperti in home page insieme ai successi storici ad esempio anche l’ultimo degli Afterhours per dire. Si sarebbe quindi potuto promuovere il made in italy e la musica italiana all’estero”.

DDay.it: C’è qualcuno o qualcosa che si oppone a un discorso di questo tipo?

G.S.: “Più che altro rimane una proposta che non trova qualcuno che la accolga. A nostro avviso è una strada che potrebbe essere finanziata con le risorse raccolte tramite l’equo compenso, che saranno introitate maggiormente quest’anno grazie all’accordo firmato dal Ministro Franceschini; una quota potrebbe essere destinata a un progetto di questo genere. Potrebbe essere la strada per riportare la nostra musica a essere leader anche nel mondo del digitale”.

DDay.it : quando parla di fronte comune, immagino intenda dire major e mondo indipendente insieme. Se ci ha seguito fin qui in questo percorso sulla discografia italiana, non sembrerebbe esserci molta sintonia…

“Se non ci fosse stato il crowfunding non avremmo avuto molto probabilmente molte produzioni indipendenti della scena italiana”

G.S.: “Io ritengo che non sia utile litigare tra di noi su queste vicende, è molto più importante far fronte comune tra tutti coloro che lavorano per il made in Italy. Ricordiamo poi che non ci sono solo le etichette. In questi anni ci sono stati grossi investimenti anche tramite le piattaforme di crowdfunding; sono stati raccolti alcuni milioni di euro che hanno permesso di promuovere, almeno secondo la nostra indagine che abbiamo fatto con le varie piattaforme, circa 300 progetti di discografia indipendente; chiaramente non parliamo di quella tradizionale, ma quella nuova degli ultimi 10 anni che ha trovato il modo di bypassare tutti i canali classici, in questo modo raccogliendo alcuni milioni di euro. Se non ci fosse stato il crowfunding non avremmo avuto molto probabilmente molte produzioni indipendenti della scena italiana. I nomi più clamorosi legati alla nostra area che si sono autofinanziati in questo modo sono ad esempio i CSI, Gianni Maroccolo, i Gang che hanno avuto un boom clamoroso, Cisco, Pier Paolo Capovilla e tanti altri che hanno avuto un buon riscontro. È un modello che in qualche modo si evolverà, cambierà, ma sicuramente è un modello di nuova grande etichetta indipendente che bypassa tutte le procedure classiche e di cui avete parlato anche nelle vostre altre interviste”.

DDay.it: ma quando si parla di indipendenti, vediamo alcuni artisti raggiungere un certo livello di notorietà e successo, ma restano comunque tali. È perché sono le major che non sono interessate a questo tipo di progetti, oppure sono i musicisti di oggi che preferiscono muoversi in un ambito di questo tipo?

G.S.: “Innanzitutto noi abbiamo sempre tifato per un rapporto virtuoso tra etichetta indipendente e major, come veniva citato nella vostra intervista dalla Sony di Andrea Rosi, dove si valorizzano alcune etichette, alcuni artisti indipendenti, e le major mettono a disposizione le loro strutture. Quello è un rapporto virtuoso e che continua ad esserci. Ma diciamo che in questa fase quale stiamo entrando saltano un po’ queste definizioni.

“Sul web oggi gli Artisti sono molto più presenti e più esperti addirittura spesso dei tradizionali discografici”

Al contrario di un tempo, dove trovavamo al centro di un progetto la spinta ideativa del marketing, della promozione e così via della casa discografica, con la diminuzione delle risorse da una parte e dall’altra l’evoluzione tecnologica che permette di arrivare sul mercato anche con pochissimo, oggi al centro troviamo l’artista, che spesso ha già un’idea ben precisa di quello che vuol fare. E a questo punto di cosa ha bisogno? Non più di un’etichetta, indipendente o major che sia, ma di un nuovo modello di casa discografica, a cui forse si può avvicinare di più una indipendente, che sia una sorta di agenzia a 360 gradi, e che quindi gli permetta di trovare quelle professionalità che lo aiutino in un progetto che però lui ha già in mente. Oramai il lavoro è tutto rivolto sui social e sul web dove gli Artisti sono molto più presenti e più esperti addirittura spesso dei tradizionali discografici e del loro superato modello di business”.

DDay.it: ma per guadagnare poi come si fa?

G.S.: “Nell’evoluzione del mercato, che oggi porta lo streaming a diventare economicamente più importante del download e del fisico, noi consigliamo ai nostri artisti indipendenti di non mettere tutte le cose al 100% online, perché si rischia di svilire il prodotto, di far nascere e morire una produzione importante come un album nell’arco di 24 ore. Ad esempio consigliamo di mettere parte del disco online, di promuovere il concerto e quindi di dare la possibilità di avere l’album intero come gadget da acquistare come souvenir di una bella serata nella forma di un CD o di una chiavetta o quant’altro. Però credo che oggi il salto di qualità sia questo, porsi nel mercato online con professionalità che ti seguano passo passo anche, aspetto fondamentale, nel ricevimento completo e massimo dei tuoi diritti, perché con il crollo del mercato discografico fisico e dell’aumento esponenziale della musica diffusa gratuitamente, è diventato fondamentale percepire per tutta la filiera dei contenuti musicali i diritti connessi, cosa che fino a una decina di anni fa era del tutto marginale”.

DDay.it: il che ci porta a quella che poi è la questione principale: oggi è ancora possibile vivere di sola musica?

“Oggi si fa la fila per un iPhone e non per un nuovo progetto musicale”

G.S.: “Oggi è molto più difficile di un tempo, lo dice anche un’indagine recente sui rapper italiani, che hanno rivelato il loro lavoro vero di tutti i giorni. Ci sono vari elementi da prendere in considerazione. Al primo posto, la crisi economica di questi anni che sicuramente non aiuta questo settore, perché i primi tagli che ognuno di noi fa sono ovviamente sul “superfluo”. L’innovazione tecnologica ha portato poi i nativi digitali che oggi hanno 15/20 anni a consumare tutto il percorso che magari la nostra generazione consumava in un anno – cioè l’ascolto in radio di un’anteprima del disco, l’attesa del disco, andare a comprarlo, l’ascoltarlo, aspettare il tour per andare al concerto – a ridurlo a 4 minuti, andando a guardare un video di un live della propria band preferita su YouTube. Poi c’è un terzo elemento che è quello del cambiamento dei gusti: oggi forse la musica nella vita dei giovani è meno centrale che nelle generazioni precedenti. Oggi magari si fa la fila per l’iPhone, mentre non si fa la fila per l’ultimo progetto musicale di un artista. È un po’ come se 30 anni fa si fosse fatta la fila per l’ultimo impianto Hi-Fi invece che per il disco dell’artista. La musica oggi è diventata quasi un gadget da accompagnare all’oggetto, e come tale rischia una penalizzazione a livello economico, anche se poi sono i contenuti che trainano l’hardware. Ma poi è cambiato anche lo stesso intrattenimento. Una volta le star erano le band, i cantanti, oggi, solo per citare l’ultima moda, abbiamo i cuochi che sostituiscono i musicisti, i comici, e così via. Ci sono quindi meno risorse in generale per la musica, si pensi che in dieci anni si è perso il 90% delle risorse dal mercato fisico, quindi è assolutamente più difficile vivere di musica. Bisogna sdoganare le risorse che ci sono e investirle nei giovani. Cito un impegno che abbiamo preso tutti con il ministro della cultura Franceschini, alla firma del decreto sull’equo compenso: l’anno scorso sono arrivati circa 80 milioni di euro dall’equo compenso per la copia privata, quest’anno si parla di circa 150 milioni di euro in più e noi riteniamo che il 25% possa essere reinvestito sui giovani, e quindi permettere ai giovani di entrare nel mercato della musica con un impegno maggiore, sostenendo i festival dedicati agli emergenti, sostenendo come ha fatto la SIAE con l’ingresso gratuito alla possibilità di recepire i diritti per i giovani autori e i giovani editori. Gli sgravi sui compensi per i concerti per gli artisti emergenti, come detrazione sulla percentuale degli incassi che sono promozione della propria musica…”

DDay.it: però l’equo compenso, con lo spostamento verso il modello dello streaming, possiamo pure dire che è obsoleto in questa formulazione…

G.S.: “Assolutamente no. Anzi è maggiormente essenziale. Proprio perché la musica viene diffusa ancora di più gratuitamente deve essere riconosciuto dai distributori dell’hardware una quota di quel valore per il quale vendono quel prodotto”.

“Su questi dispositivi mobile la musica ha un valore enorme e andrebbe riconosciuto”

DDay.it: ma andrebbe riformulato il principio di equo compenso, perché adesso è un compenso per la copia privata, ma con lo streaming non si copia un bel nulla…

G.S.: “Io dico: l’iPhone 6 Plus può arrivare fino a mille euro. Immaginiamo un iPhone, uno smartphone o un tablet senza musica, il suo prezzo si dimezzerebbe immediatamente. Se lo vendessi dicendo che non lo si può utilizzare per ascoltare musica o vedere video musicali, forse in molti non lo comprerebbero più. Su questi dispositivi mobile la musica ha un valore enorme e andrebbe riconosciuto. Teniamo conto che tutta la filiera che produce i contenuti audio video da quello smartphone vede solo 4 euro. In Italia ogni settimana vengono pubblicati circa cento singoli, tra major, indipendenti e autoproduzioni, è evidente che è grazie a tutto questo lavoro che le piattaforme dominanti riescono a fare fatturato e quegli introiti, e per questo dovrebbero suddividere meglio queste risorse con gli artisti”.


Il nuovo logo del Meeting delle Etichette Indipendenti che si terrà a Faenza dall’1 al 4 ottobre 2015.

DDay: prima ha citato il momento del concerto come parte integrante dell’intero progetto musicale. Come mai in Italia non si riescono ad avere festival al livello dei grandi appuntamenti europei?

G.S.: “Ci sono tanti motivi, anche culturali. La prima è che la nostra tradizione musicale viene dai festival non tipo Woodstock, ma più stile competitivo alla Sanremo per intenderci. Pur essendoci stati tentativi in passato, credo che quello che sia mancato sia stato il sostegno del sistema paese che li elevasse a eventi da finanziare anche con fondi pubblici, come è stato ad esempio fatto in Francia,ma non dimentichiamoci che è mancata anche la copertura mediatica ad esempio da parte del servizio pubblico come la RAI: pensiamo negli ultimi 20 anni a quanti milioni di giovani italiani sono stati a festival di musica indipendente in Italia, ma se andassimo a guardare negli archivi del servizio pubblico, troveremmo solo il concerto del Primo Maggio. E magari invece troveremmo ore e ore di filmati su un vincitore della Talpa. Purtroppo il nostro paese nello sviluppo di questa cultura è un passo indietro. Ci sono tanti festival in realtà in Italia, anche di importanti, ma locali e ognuno con la sua specificità, sia essa di tipo regionale, o legato a un tipo di musica. Una rete di questi festival potrebbe essere una grande piattaforma per valorizzare il nostro paese dal punto di vista musicale e anche attirare più pubblico. Noi a tale proposito come Rete di Festival abbiamo fatto una proposta alla Siae di sostenere tale Rete di Festival e Contest per Emergenti attraverso un fondo ricavato dall’Equo Compenso e la SIAE si è impegnata in tal senso dal 2016. Ci sono anche 90 milioni provenienti dal vecchio IMAIE che stanno per essere redistribuiti agli artisti, che se vengono ben distribuiti possono incentivare i giovani”.

DDay: quest’anno il MEI, che si tiene a ottobre dall’1 al 4 ottobre, è stato lanciato con l’hashtag #nuovoMEI2015. Che cosa è cambiato?

G.S.: “Con la scorsa edizione abbiamo chiuso il ciclo dei 20 anni e quindi  quest’anno nasce il nuovo MEI, in cui abbiamo voluto fare un completo cambio generazionale ed entrare in una nuova fase, con una nuova squadra proveniente da ogni parte d’Italia di under 30. L’idea è fare un MEI dedicato a chi anagraficamente ha la stessa età, quindi ai giovani emergenti di 25/30 anni, che forse oggi ancora più di ieri hanno più bisogno di un punto di riferimento, un MEI dove una grande attenzione sarà dedicata proprio a temi come il web, i social network, sui diritti, le nuove piattaforme e la formazione. Ecco, la formazione per noi è molto importante e come MEI negli ultimi anni pensiamo di essere diventati un buon punto di riferimento. Negli ultimi anni abbiamo cercato di creare per i giovani artisti che partecipano al MEI una grande piattaforma di servizi di formazione, che in qualche modo informasse su tutte le novità riguardanti i diritti, l’autoproduzione, la promozione, l’innovazione promosse dalle nuove piattaforme digitali. Un tempo l’artista poteva permettersi di farsi scoprire il brano nel cassetto e non pensare più ad altro, oggi invece l’artista insieme a chi lo segue deve essere un imprenditore di se stesso, continuamente aggiornato su tutte le novità sia di tipo legislativo legate al diritto che di tipo distributivo, social, e così via”.